Un segreto sepolto da secoli. Una domanda che non doveva essere posta.
Acquista su AmazonLa sveglia suonò alle sette e quattordici.
Numero dispari. La teoria era che i numeri dispari facessero alzare con meno rancore. Non funzionava. Non aveva mai funzionato — ma ogni sera Simon rimetteva la sveglia alle sette e quattordici con la stessa ostinazione di un cane davanti a una porta chiusa.
Tre minuti a fissare il soffitto.
La crepa partiva dall'angolo nord-est e si fermava a metà strada verso il lampadario. Geometria incompiuta. Ogni mattina la stessa traiettoria, dal punto di origine al punto di rinuncia.
Si alzò.
Il cotto era freddo — lo era sempre, anche ad agosto. Il proprietario l'aveva chiamato charme fiorentino. Simon l'aveva imparato a tradurre: termosifoni rotti. Tre passi alla finestra, imposte verdi scrostate spalancate, e Firenze entrò tutta insieme — bancarelle di Santo Spirito, gasolio, pane, luce di novembre che non aveva ancora deciso se fare sul serio.
Il caffè sul fornelletto della nonna. Ottagonale, ammaccato su un lato per ragioni dimenticate. Sul tavolo della cucina: tre testi di stratigrafia, l'atlante del Medio Oriente con i fogli di guardia fitti di note a matita, e sopra a tutto — in equilibrio precario — la tesi. Centosettantadue pagine, spirale nera. Tecniche di datazione non invasiva nei contesti rupestri nabatei: prospettive e limiti. Il titolo rendeva cinque anni di lavoro qualcosa che nessuno avrebbe voluto toccare. Forse era esatto.
Il caffè borbottò. Tazza con l'ansa rotta.
Venti minuti a piedi. Ponte Vecchio, via dei Servi — un percorso talmente assorbito da poterlo fare con gli occhi chiusi, e certi giorni ci andava vicino. Firenze alle otto aveva ancora qualcosa di umano: serrande che salivano, turisti non ancora in circolazione, piccioni sul sagrato di Santa Croce in attesa di un'udienza che non sarebbe mai arrivata.
Borsa sulla spalla destra. Dentro: laptop con la batteria bloccata al quaranta percento da sei mesi, due penne, il taccuino con la copertina cerata nera, e il capitolo quattro della tesi — rispedito indietro da Mantelli con undici post-it gialli. Undici. Li aveva contati, staccati, rimessi in ordine di aggressività.
Il più gentile: Rivedere le fonti secondarie.
Il meno gentile: Questo paragrafo non regge. Rifarlo.
Sul Ponte Vecchio non guardò le vetrine dei gioiellieri — abitudine consolidata, non mancanza di interesse, ma guardare cose che non avrebbe comprato gli sembrava uno spreco preciso di attenzione. Sul parapetto qualcuno aveva lasciato un lucchetto arrugginito senza cartellino. Niente nome. Niente data. Chiuso su se stesso, agganciato a un anello di ferro.
Si fermò.
Lo guardò.
Riprese a camminare.
Bertelli era già alla scrivania.
Marco Bertelli, dottorando secondo anno, epigrafia greca, merendine al cioccolato tenute in un cassetto come refurtiva. Ventisei anni e l'aria perennemente delusa di chi si aspettava qualcosa di diverso.
«Mantelli ti cerca.» Senza alzare gli occhi dal monitor.
«Buongiorno anche a te.»
«Da ieri pomeriggio. Email alle diciotto e quaranta, poi un'altra alle diciannove e due.»
Simon lasciò cadere la borsa sulla sedia. «Che voleva?»
«Non apro le email degli altri.» Pausa. «L'oggetto della prima era Tesi — questioni urgenti. La seconda era solo Simon.»
Solo il nome. Nessun contesto, nessun punto. Simon — come una chiamata o un'accusa, difficile distinguere.
Undici e venti. Due colpi alla porta — il secondo più deciso del primo, di chi bussa sapendo che aprirà comunque.
«Entra,» disse Simon, senza voltarsi.
Claire aprì con la spalla — stessa tecnica, stessa maniglia — e portò dentro aria fredda e qualcosa di legnoso che Simon associava alla biblioteca di via Micheli. Cappotto ancora addosso, quaderno sotto il braccio, quell'espressione: non preoccupazione, non eccitazione. La cosa in mezzo. La faccia che faceva quando aveva trovato qualcosa che non riusciva ancora a nominare.
«Devi vedere una cosa.»
«Buongiorno.»
«Sì. Devi vedere una cosa.»
Claire aprì il quaderno — un taccuino con copertina rigida, pagine fitte di scrittura e nel mezzo qualcosa di incollato: una fotografia stampata in casa, leggermente sovraesposta. La posò sul tavolo.
Piccolo. Scuro. Forma vagamente ovoidale con un lato piatto. Incisioni in superficie — dalla foto sembravano quasi casuali, quasi decorative.
Quasi.
«Da dove viene?»
«Me lo hanno spedito.»
«Chi?»
Un secondo di silenzio — il tipo in cui non si cercano le parole ma si decide quante darne.
«Non lo so. Nessun mittente. Solo questo, in una busta, con una riga scritta a mano.»
«Cosa diceva?»
Girò il taccuino. In fondo alla pagina, sotto la fotografia, la frase copiata a mano — grafia piccola, diritta, ogni lettera separata dalla successiva di un millimetro esatto.
Simon la lesse.
La rilesse.
Nel cortile qualcuno aveva smesso di spostare sedie.
«Dove hai messo l'oggetto?»
«In tasca.»
Lo tirò fuori. Sul bordo della scrivania, tra il laptop e gli undici post-it gialli — e tutti e tre, anche Bertelli che non avrebbe dovuto, lo guardarono senza parlare.
Il metallo aveva un colore sbagliato sotto il neon. Un grigio che non era grigio del tutto — qualcosa sotto, un riflesso che si spostava con l'angolazione, come una superficie che ricordava luci che non c'erano più.
«Posso?»
Claire fece un gesto che non era sì e non era no. Simon lo prese.
Pesava troppo. Lo capì prima ancora di appoggiarlo sul palmo — in quel momento in cui le dita lo toccarono, quel peso sbagliato che non corrispondeva al volume. Come i blocchi di metallo negli scavi che sembrano pietra finché non li sollevi.
Girò l'oggetto. Le incisioni erano più fitte di quanto sembrasse nella foto — linee sottilissime, geometria ripetitiva. Non ornamentale. O almeno: non solo ornamentale.
«Cosa diceva la riga?»
Claire indicò la frase sul taccuino.
Simon la lesse per la terza volta.
Tua madre sapeva dove guardare.
Continua su Amazon.
Il romanzo completo è disponibile in versione digitale e cartacea.