Δ Tempo — copertina
Fantascienza

Δ Tempo

Alcune anomalie non sono errori.

Autore S. B. Ferrara
Ambientazione Torino · Roma
Genere Fantascienza
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Parte Prima — La Deriva

Undici secondi

Il file aveva quarantadue righe.

Luca le aveva contate tre volte. Non perché si fidasse poco di se stesso — le contava perché era il tipo di cosa che si fa quando si ha un dato che non torna e non si sa ancora dove guardare.

Quarantadue righe di valori di drift GPS, registrati nell'arco di ventuno giorni, campionati ogni dodici ore. Il pattern era lì. Non urlava — stava fermo sulla schermata come qualcosa che aspetta di essere visto.

Prese il cronometro dal cassetto.

Era un Heuer meccanico, cinghia di cuoio consunta sul lato sinistro, quadrante bianco con due sottodiali. L'aveva comprato a Ginevra nel 2019, da un rigattiere vicino alla stazione, per centoventisette franchi svizzeri. Non lo usava per misurare il tempo. Lo usava per verificare che il tempo andasse nella direzione giusta.

Andava nella direzione giusta.

Chiuse il file. Lo riaprì. Le quarantadue righe erano ancora lì.

L'ufficio era al quarto piano di un palazzo razionalista in via Bogino, Torino. Contractor ESA — telemetria satellitare, analisi delle anomalie di trasmissione. Luca era lì da tre anni. Prima aveva fatto il pilota collaudatore. Prima di quello, niente che valesse la pena ricordare in ordine cronologico.

La scrivania aveva due monitor e una tazza di caffè che si era raffreddata alle dieci e trentasei. Erano le undici e cinquantuno. La tazza era ancora lì perché alzarsi avrebbe significato smettere di guardare il file.

Il problema non erano i drift in sé.

I drift GPS esistono. Le orbite dei satelliti subiscono perturbazioni gravitazionali, pressione di radiazione solare, effetti relativistici — tutto calcolabile, tutto modellabile, tutto corretto in tempo reale dai sistemi di controllo. Un drift è rumore. Il rumore ha una firma. Questa firma era diversa.

Non era costante. Non seguiva nessun ciclo orbitale noto. Appariva e scompariva in intervalli che Luca aveva misurato con quattro metodi diversi ottenendo quattro risultati diversi — tutti sbagliati nello stesso modo.

Scrisse su un foglio: "errore strumentale?"

Sotto scrisse: "no."

Sotto ancora: "allora cos'è."

Non era una domanda. Era una constatazione.

Aveva segnalato l'anomalia al responsabile di progetto il quindici del mese. Il responsabile si chiamava Gentile, aveva cinquantadue anni e un modo di ascoltare che somigliava molto al modo di non ascoltare.

«Può essere disturbo ionosferico», aveva detto Gentile.

«Ho verificato i dati ionosferici.»

«Interferenza da sorgenti terrestri.»

«Ho verificato anche quelli.»

Gentile aveva guardato lo schermo per quattro secondi. Poi aveva detto: «Tienilo d'occhio.»

Luca aveva tenuto d'occhio. Le anomalie erano aumentate del tredici percento nella settimana successiva.

Non aveva fatto un secondo report.

Conosceva quella sensazione — l'aveva già incontrata una volta. Cinque anni prima, in un hangar a Pratica di Mare, davanti a un'anomalia nei sensori di pressione dinamica di un prototipo. L'aveva segnalata. Le avevano detto che era rumore. Tre settimane dopo il prototipo era tornato a terra con i comandi che rispondevano in ritardo di duecento millisecondi. Nessuno era morto. Ma lui aveva smesso di volare.

Erano le quattordici e zero tre quando arrivò la mail.

Mittente: m.klein@esa.int. Oggetto: Ref. anomalie telemetria — incontro informale. Il corpo del messaggio era una riga: "Ho visto il suo report del 15. Posso parlarle?"

Luca lesse la riga due volte.

Poi cercò Marta Klein nel database interno. Ingegnere senior, divisione sistemi di misurazione temporale, sede di Roma. Tre pubblicazioni su riviste di settore tra il 2017 e il 2021 — titoli che non dicevano niente di utile. Nessun collegamento documentato con il progetto su cui lavorava lui.

Scrisse: "Certo. Quando?"

La risposta arrivò in quarantotto secondi: "Domani mattina. Preferisce Torino o Roma?"

"Torino", scrisse.

"Va bene. Porto qualcosa da mostrarle."

Chiuse la mail. Guardò il cronometro sul tavolo. Guardò i due monitor. Guardò la tazza di caffè freddo.

Aprì di nuovo il file con le quarantadue righe.

C'era qualcosa che non aveva ancora guardato nel modo giusto. Lo sapeva perché il pattern continuava a sembrargli familiare — non nel senso che lo riconosceva, ma nel senso che aveva la forma di qualcosa che avrebbe dovuto riconoscere.

Rimase lì fino alle diciotto e ventisette.

Poi spense i monitor, prese il cronometro, lo mise in tasca.

Fuori faceva freddo. L'aria sapeva di gasolio e asfalto bagnato. Un tram passò in fondo alla via con un cigolio metallico che durò esattamente tre secondi.

Luca lo contò.

Il mattino dopo Marta Klein arrivò alle nove e zero uno.

Aveva una borsa a tracolla nera e un tablet sotto il braccio. Capelli corti, grigi sul lato sinistro. Stringeva la tracolla con la mano destra in un modo che non era nervosismo — era abitudine. Come si stringe qualcosa quando ci si è abituati a non posarlo mai.

Si sedette senza aspettare che glielo chiedessero.

«Ha mandato il report a Gentile», disse. Non era una domanda.

«Sì.»

«E lui le ha detto di tenerlo d'occhio.»

«Sì.»

Marta aprì il tablet. Girò lo schermo verso Luca senza dire niente.

Era un grafico. Asse delle x: tempo, in giorni. Asse delle y: una grandezza che Luca non riconobbe subito — poi la riconobbe. Decadimento isotopico. La curva scendeva nel modo sbagliato.

«Cos'è questo campione?» disse Luca.

«Apollo 11. Campione 10084. Prelevato il luglio 1969.»

«La data di ultima misurazione è—»

«Tre settimane fa. Sì.»

Luca guardò di nuovo il grafico. Poi guardò Marta.

«I valori non corrispondono a nessun modello di decadimento noto», disse.

«No.»

«Non è possibile.»

«No», disse Marta. «Non lo è.»

Rimase in silenzio un momento. Poi aggiunse: «Apra il file che le ho mandato. Vada ai metadati. In fondo.»

Luca aprì il laptop. Trovò il file. Trovò i metadati. In fondo c'era una stringa di testo che non avrebbe dovuto essere lì — non in quel campo, non in quel formato.

Erano coordinate.

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